#Stati Uniti. Il momento d’oro delle indies

10 Apr

Al termine del suo reading, venti minuti intensi in cui ha letto l’incipit dell’ultimo romanzo Canada, qui appena pubblicato in edizione tascabile, Richard Ford si dice disponibile a rispondere alle domande del pubblico, eterogeneo e cospicuo, che stipa l’ampia sala della libreria Book Court, dal 1981 il cuore letterario di Cobble Hill, quartiere residenziale di Brooklyn.

IMG_9157Si crea subito un bosco di braccia tese, ma prima di planarci l’autore fa una pausa, si leva gli occhiali, rivelando lo sguardo acquoso e impenetrabile di un azzurro esaltato dal colore di quello che ha tutta l’aria di essere il suo maglione preferito, e dice: «No no, scusatemi; scusatemi. Prima di darvi la parola, devo dire qualcosa a cui tengo particolarmente; forse la cosa più importante che ho da dirvi stasera. Vi ringrazio di essere venuti qui, non perché siete alla presentazione del mio libro ma perché facendolo avete deciso di sostenere questa libreria. Avete fatto un gesto importante: il lavoro di queste persone, come di quello di decine di posti analoghi in tutto il paese, è fondamentale. Se io posso permettermi di fare lo scrittore da quarant’anni, e se tanti altri miei colleghi possono fare il loro mestiere, è solo perché ci sono librerie indipendenti come Book Court, il cui ruolo è prezioso, imprescindibile per chi ama i libri e per il tessuto culturale di tutta la nazione». E poi indica con un sorriso disponibile l’anziana signora in seconda fila come a liberarla dall’ansia di voler esporre la propria visione del romanzo, e del mondo. E ha inizio il Q&A.

Non ho mai sentito una dichiarazione così incisiva e appassionata a supporto delle librerie, né qui a New York né in Italia, dove – è noto – le presentazioni dei libri sono principalmente uno sfoggio di coolness e arguzia se non, peggio, di simpatia. Dello stato di salute delle librerie mi è capitato più volte di parlare nelle tappe precedenti di questo mio ultimo viaggio sulle due coste degli Stati Uniti.

Durante un pranzo al ristorante indiano di fianco alla sede di McSweeney’s, Dave Eggers addentando il suo pollo fritto (accompagnato da riso fritto) mi ha detto che «non solo a San Francisco ma in tutto il paese è un momento molto favorevole per le librerie indipendenti». Appoggio le posate sul piatto, accanto alle mie decisamente più elaborate costine di agnello australiano con brown rice e, convinto di non aver capito bene la sua affermazione, o di non aver colto un tono di ironia nella sua voce, gli chiedo di ripetere. «Sì, davvero: basta vedere l’eterna vitalità di Green Apple, che esiste da quasi mezzo secolo, o fermarsi a osservare quanta gente entra ed esce continuamente da Dog Eared Books, il negozio a due passi dalla nostra scuola Valencia 826, per rendersene conto».

IMG_9104Dog Eared ha appena compiuto vent’anni e all’apertura del sito della libreria potete trovare quest’annuncio: «Desideriamo informarvi che le notizie riguardanti “La Morte delle Librerie” sono tutta una grande esagerazione. Specialmente a San Francisco, dove una marmaglia implacabile di arguti lettori nulla apprezza più che girovagare fra gli scaffali di un emporio letterario ben fornito, la cui missione è scovare i libri che vi piace farvi piacere, e perfino i libri che ancora non sapevate vi sarebbero piaciuti».

«Il fatto è», prosegue Eggers, «che Barnes & Noble e Amazon si stanno facendo la guerra, su un campo di battaglia tutto loro. E così chi va alla ricerca di libri, di idee, di contenuti, sa dove rivolgersi: alle librerie indipendenti, che stanno giustamente approfittando della lite fra i due grossi contendenti, per affermare il loro ruolo e ritagliarsi nuovamente lo spazio che rischiavano di perdere. Le piccole librerie stanno letteralmente fiorendo, o rifiorendo».

Essendo abituato a sentire, in patria, il mantra incessante di lamentele da parte di colleghi editori e librai, e di dover snocciolare costantemente deprimenti rosari al capezzale di librerie in dismissione, e vedere sempre il segno meno davanti a qualsiasi dato che riguardi il mercato editoriale, queste parole mi sembrano un miracolo; mi pare di aver appena sentito o il discorso di un pazzo invasato o la voce soave di un angelo che annuncia la nuova venuta. Ho voluto indagare di più, e ho chiesto in giro.

Richard Nash, che da editore indipendente (Soft Skull Press) si è recentemente reinventato –o forse, si è ritrovato malgré lui – nel ruolo di “guru del digital publishing”, mentre facciamo colazione al caffè Maybelle di Carroll Gardens (nello stesso locale in cui, sia detto fra parentesi, c’era la panetteria di Nicholas Cage in Stregata dalla luna) approfondisce il punto di vista di Eggers: «Barnes & Nobel e Amazon si sfidano su acquisizioni, sconti, campagne, e principalmente sono interessate alla vendita di e-book, che è poi solo un mezzo per vendere i rispettivi device, Nook e Kindle: si stanno praticamente distruggendo a vicenda, dimenticandosi quasi cosa significhi fare il mestiere del libraio. Ed ecco che la qualità del lavoro indipendente basato su credibilità e coerenza ha una chance unica per esprimersi. Vuoi attraverso nuove iniziative editoriali – case editrici, riviste, blog – vuoi attraverso il lavoro dei librai indipendenti». Il suo nuovo progetto, Small Demons, è uno dei tanti modi nuovi e creativi di aggregare lettori, o anche «consumatori di cultura». Un social network che ti suggerisce ascolti, visioni, luoghi in base alle tue letture è un’idea magnifica, e merita un’occhiata.

IMG_9095Qualche giorno più tardi a Brooklyn – nel punto esatto di Prospect Park in cui una decina d’anni fa, durante le riprese di un documentario, ci sfidammo in un’epica partita di pallone – sorseggiamo tè verde con Rick Moody, a cui ho esposto la teoria del suo amico californiano. L’autore di Tempesta di ghiaccio argomenta ulteriormente: «Non ci avevo pensato in questi termini, ma il punto di vista di Dave mi trova sostanzialmente d’accordo. La chiusura di Borders, per decenni l’arcinemico di Barnes & Noble, ha creato un vuoto. Per quanto possa sembrare assurdo sentire la mancanza di una catena, a me Borders manca, perché seppur regolata dalle norme di funzionamento di una grande impresa ha avuto un merito indiscusso: ogni paesino sperduto di qualsiasi stato, anche rurale, della nazione, che magari non aveva nemmeno una biblioteca, grazie a Borders poteva contare sull’esistenza di una libreria, in media dignitosamente fornita, e non solo di best-seller commerciali. Oggi con la scomparsa di Borders molti piccoli centri sono rimasti senza una libreria, e ovviamente quel pubblico di lettori che si era creato, ora non ha altra soluzione che rivolgersi ad Amazon (o, peggio, sono lettori perduti per sempre). Sarebbe bello immaginare che quel tessuto di interesse, di desiderio culturale, trovasse un’altra soluzione: magari potrebbero addirittura nascere nuove librerie indipendenti lì dove prima c’era Borders».

Così, quando al termine della chiacchierata fra Richard Ford e i suoi lettori, questi si mettono diligentemente in coda per farsi firmare una copia del suo romanzo, annuisco ripensando alle parole di Eggers, di Nash, di Moody, e alla dichiarazione di pochi minuti prima dello stesso Ford. Siamo qui ad ascoltare uno scrittore, grazie a una libreria indipendente, e al tempo stesso per sostenere una libreria indipendente. L’acquisto di una copia al termine di una presentazione dovrebbe essere sancito per legge, o quanto meno una buona norma di educazione che chi ha assistito a un evento gratuito dovrebbe sempre rispettare. In Italia, se pradossalmente si è più disposti a farlo durante un festival letterario (dove per assistere all’evento si è già pagato un biglietto), librai, editori, scrittori sanno benissimo che nelle librerie questa cosa succede di rado: alcune decine di persone – nei casi fortunati anche cinquanta, cento – si sono lasciate intrattenere da uno scrittore, ma le copie vendute a fine incontro raramente bastano a coprire il costo delle birre consumate dall’autore. E mentre questo firma uno sporadico esemplare inquadrato nello schermo di uno smartphone, e risponde alle domande che i più timidi non hanno avuto il coraggio di fare in pubblico, editore e libraio si guardano con rassegnazione pensando che magari la prossima volta…

IMG_9172Osservo Richard Ford firmare instancabile, sempre sorridente, più di cento libri, e mentre faccio la fila alla cassa mi rendo conto che le librerie in Italia non vanno «salvate» come vuole la versione piagnona dei fatti, ma semplicemente sostenute. Certo, anche da strumenti legislativi e istituzionali – i pochi in vigore non sono sufficienti –, ma principalmente dal lavoro di noi lettori. Il cui compito, quale che sia il nostro mestiere, mentre siamo lettori non è altro che leggere, e quindi comprare, libri. Preferibilmente lì dove un libraio ci ha appena offerto un intrattenimento gratuito per il quale – se si fosse svolto in un festival letterario – non avremmo esitato a pagare un biglietto.

Il libro che ci portiamo a casa autografato stasera è il nostro biglietto: per un mondo in cui le librerie indipendenti, come negli Stati Uniti, fioriscano, o tornino a fiorire. È già primavera, Bandini.

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2 Risposte to “#Stati Uniti. Il momento d’oro delle indies

  1. ribio 11 aprile 2013 a 10:54 PM #

    non mi ricordo come sono finito qui dentro ma si scrive di cose anche mie. libri e librerie. bella l’idea dei due editori di andare in giro per botteghe. e poi questo post su richard ford, sulle librerie indies americane. se riescono a vivere a crescere in Usa perché non anche qui da noi? certo, la legislazione è pessima, la concorrenza sleale è feroce e totale, ma le persone hanno costante bisogno di confronto, scambio, idee, intelligenza, giuste e belle parole, approfondimento. e queste cose i librai, con le loro librerie, possono offrirle. su questo blog ne ho viste alcune che conosco e che quotidianamente lo fanno. con fatiche, con errori, ma lo fanno – Poi gli editori indies. si potrebbe scrivere tanto, ma è tardi e domani è una giornata dura.

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